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Le stelle sulla carta

Le stelle descritte, quelle sulla carta dei libri della metà del nostro secolo e fino agli anni ottanta, raccontano di due modi differenti di scrivere e di immaginare le cose. Da una parte abbiamo avuto Asimov, inventore di storie raccolte in cicli e trilogie, di universi espansi disordinati e in decadenza. Nei suo romanzi la razza umana vince spesso per quantità (in alcuni romanzi è presente solo lei nell’intera galassia) ma non altrettanto spesso per qualità. Il ciclo della fondazione, in particolare, non ha un esatto protagonista, se non momentaneo, ma presenta come suo punto di forza l’unione di concetti e critiche forti e ben argomentati. Razionale, Asimov, e molto politico.

Da un'altra parte invece abbiamo P. K. Dick, altro scrittore, altro appartenente della fantascienza di metà secolo. Tra i due si nota una diversità abissale; leggendo Dick infatti quello in cui ci si imbatte non è l’universo estesissimo dello scrittore bielorusso, non le teorie politiche (che a tratti assumono l’aspetto della vera e propria strategia) né l’alone di divulgazione scientifica che sembra avvolgere i suoi oggetti immaginari: nei libri di Dick è protagonista soprattutto l’uomo, l’uomo della terra,quello che conosciamo e che abbiamo sempre conosciuto, che si trova (forse a suo malgrado) spesso in un nero futuro, e che probabilmente (a nostro malgrado) sarà il nostro. Nei suoi libri, prendendo ad esempio “Do androids dream of elettric sheep?” (Gli androidi sognano la pecore elettroniche?) conosciuto più come “blade runner”,  marchingegni sofisticati e sogni scientifici non fanno che da cornice ai movimenti dei protagonisti che crescono, soffrono e capiscono, e noi con loro. L’intimità di Dick lascia fuori le grandi politiche e le grandi strategie e apre invece la porta all’umanità e all’idea morale, qualunque essa sia.

Due poli da cui osservare il medesimo universo, entrambi intensi.

Pubblicato il 7/11/2006 alle 13.8 nella rubrica Diario.

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